Greenwashing e Pinkwashing: quando le aziende ingannano i consumatori
Come afferma Carl Rhodes in riferimento a Bezos, CEO di Amazon, nell’articolo di Riccardo Staglianò: “L’avete mai sentito parlare di salario minimo, reddito universale, sindacati? L’importante è sposare cause che non mettano in alcun modo in discussione lo status quo”. Queste parole riflettono l'essenza di due fenomeni controversi: il greenwashing e il pinkwashing, pratiche scorrette adoperate dalle aziende per ottenere visibilità.
Il greenwashing rappresenta una pratica di marketing ingannevole, utilizzata da alcune aziende per creare l'illusione di un impegno autentico e significativo nei confronti dell'ambiente, anche se in realtà le loro azioni sono limitate o addirittura incoerenti con questa immagine. Un esempio lampante è il caso 'dieselgate', che ha coinvolto la multinazionale Volkswagen nel settembre 2015. L'Agenzia statunitense per la protezione ambientale, l'EPA, accusò Volkswagen di aver installato più di 6000 motori Diesel in America con dispositivi illegali per mascherare le emissioni inquinanti. La multinazionale ha subito notevoli perdite e ha ammesso la colpevolezza due anni dopo, ammettendo che le automobili manomesse erano invece 11 milioni in tutto il mondo. Questo scandalo ha pesato notevolmente sull’immagine della multinazionale, che ha pagato circa 32 miliardi di euro tra multe, riparazioni e spese legali.
Analogamente al greenwashing, ma meno noto, è il pinkwashing, una tattica di marketing per far credere che un'azienda sostenga il femminismo attraverso campagne che cercano di ingannare coloro che si preoccupano di tali cause.
Un notevole contributo nell'attenuare questi effetti è stato dato da un bot di Twitter chiamato 'The Gender Pay Gap Bot'. Ogni anno, in occasione della giornata internazionale della donna, questo bot pubblica tweet svelando la differenza di salario tra uomini e donne in molte aziende conosciute. Quest'azione ha rivelato informazioni compromettenti, in alcuni casi con differenze salariali superiori al 40%.
Le aziende ricorrono a queste pratiche perché rappresentano il modo più semplice per attrarre i consumatori sensibili a queste tematiche. Creare l'illusione che l'azienda si preoccupi sinceramente di tali cause è il modo più efficace per aumentare le vendite e distinguersi dalla concorrenza, senza dover apportare cambiamenti reali o investire risorse significative.
Chi è colpevole di greenwashing e pinkwashing inganna i propri consumatori, distogliendo l'attenzione da vere pratiche sociali e ambientali utili. Per evitare di cadere in queste trappole, è importante condurre una ricerca approfondita sulle azioni delle aziende e verificare che corrispondano alle loro dichiarazioni pubbliche, infatti bisogna prestare massima attenzione a descrizioni vaghe e poco dettagliate.
In conclusione, il greenwashing e il pinkwashing sono pratiche disoneste che distolgono l’attenzione dalle vere problematiche delle aziende, che per mantenere ‘lo status quo’, non esitano a imbrogliare i propri clienti per un rendiconto a loro favore.
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